https://doi.org/10.36253/bsgi-7674
Dibattito scientifico
Le strade dell’intelligenza artificiale nel mondo e i rischi per gli stati insulari del Pacifico
The Paths of Artificial Intelligence Around the World and the Risks for Pacific Island States
Capo Unità Asia Pacifico al Parlamento europeo e già deputato europeo
E-mail: niccolo.rinaldi@ep.europa.eu
Abstract. This paper analyzes the impact of Artificial Intelligence (AI) on Pacific communities, a “geographical singularity” shaped by isolation and climate vulnerability. Utilizing UNCTAD 2025 data, it exposes the structural asymmetry between tech superpowers and small island nations excluded from global AI governance. The study evaluates three influence models: China’s state-driven expansion, the U.S. market-led approach, and the EU’s regulatory framework (AI Act). While AI presents vital opportunities for telemedicine and environmental resilience, the lack of bargaining power and local expertise risks reducing the region to an experimental hub. The research concludes that service automation is creating an irreversible “algorithmic dependency”, a digital neocolonialism where technological empowerment masks a systematic erosion of sovereignty and political freedom.
Keywords: artificial intelligence, Pacific Island States, digital neocolonialism, technology governance.
Riassunto. L’articolo analizza l’impatto dell’Intelligenza Artificiale (IA) nelle comunità del Pacifico, una “singolarità geografica” segnata da isolamento e crisi climatica. Attraverso i dati UNCTAD 2025, si evidenzia la profonda asimmetria tra le superpotenze tecnologiche e i piccoli Stati insulari, esclusi dalla governance globale dell’IA. Lo studio confronta tre modelli d’influenza: l’espansionismo statale cinese, il liberismo industriale statunitense e l’approccio regolatorio dell’Unione Europea (AI Act). Sebbene l’IA offra opportunità cruciali in telemedicina e resilienza ambientale, la carenza di potere contrattuale e competenze locali rischia di trasformare la regione in un laboratorio sperimentale. La ricerca conclude che l’automazione dei servizi sta instaurando una “dipendenza algoritmica” irreversibile: un neocolonialismo digitale dove l’offerta di emancipazione tecnologica si traduce in una sistematica erosione della sovranità e della libertà politica.
Parole chiave: intelligenza artificiale, Stati insulari del Pacifico, neocolonialismo digitale, governance tecnologica.
Contents
Le isole erano infatti, per così dire, esperimenti della natura, luoghi che, per una benedizione o una maledizione, erano costretti dalla loro singolarità geografica a ospitare forme di vita uniche. Tutte specie o generi singolari che, nei loro habitat isolati, avevano imboccato traiettorie evolutive separate.
L’avvertimento del neurologo Olivier Sacks (1997) sull’atollo micronesiano di Pingelap suona come un monito anche per il rapporto tra le comunità del Pacifico e l’IA. Negli opuscoli turistici queste sono terre dai riflessi azzurri, con variegate strisce di nuvole, idilli paradisiaci; ma da tempo si è smesso di credere alle immagini da cartolina, anche per la crescente erosione delle coste dovuta all’innalzamento del livello delle acque marine che, in casi come quello di Tuvalu, porterà alla loro scomparsa. L’intervento della natura nel Pacifico si innesta nel teatro di una guerra dai contorni indefiniti: l’intelligenza artificiale indica una “traiettoria evolutiva” che in questa “singolarità geografica” mette a confronto un rapporto senza equilibrio.
Da una parte Stati di piccole comunità disperse nell’oceano, fra atolli distanti e scarsamente popolati, a lungo rimasti ai margini dei grandi cambiamenti degli ultimi decenni – industrializzazione diffusa, urbanizzazione spinta, consumismo di massa, fratture nel rapporto intergenerazionale. Dall’altra, una tecnologia articolata e offerta in modalità diverse da soggetti privati e pubblici, che nel Pacifico trova un laboratorio quasi ideale di sperimentazione e di dominio. Il passo lento di questa parte del mondo basato su una struttura prettamente comunitaria fa da contrappasso al ritmo scandito dalla velocità dell’evoluzione tecnologica.
Ci si soffermi su tre dati presenti nei rapporti UNCTAD del 20251: il 40% dello sviluppo dell’IA viene elaborato da appena 100 aziende, tutte situate in Cina e negli Stati Uniti, le due superpotenze del Pacifico che in questa regione possono investire più facilmente; 118 paesi sono completamente esclusi dalla governance dell’IA – tra questi, le isole del Pacifico, che quindi, alla prova dei fatti, devono accettare ciò che viene loro offerto, e non hanno molto da dire sul processo in sé.
Si aggiunga che vi sono poi territori che per la loro instabilità e l’arretratezza di infrastrutture di base difficilmente possono beneficiare dell’IA, il che comporta un maggiore divario nello sviluppo rispetto agli altri. In Asia, Timor-Leste, un piccolo paese, tra i più poveri della regione asiatica, vicino di due giganti come Indonesia e Australia, rappresenta un caso quasi perfetto per attrarre e importare tecnologie intelligenti, mentre, d’altra parte, l’Afghanistan ne è per ora del tutto tagliato fuori e accumulerà un ritardo crescente.
Quanto all’investimento nella ricerca, è calcolato (ma non è un calcolo facile, perché molti programmi sono misti, molti riservati perché attengono al settore militare) a circa 4 bilioni di euro, e questo comporta una riduzione di spesa in altri settori della cooperazione. Anziché educazione e infrastrutture di base, ambulatori e borse di studio, il futuro dell’influenza in politica estera verso le isole del Pacifico è affidato all’uso dell’IA in numerosi settori, alle reti satellitari, ai cavi sottomarini, alle connessioni digitali, all’accesso a banche dati, ai social network. La lezione americana di USAID è eloquente, e il Pacifico ne è uno dei primi banchi di prova. In questa accelerazione del tempo al cospetto di uno spazio frammentato e immenso, descriveremo questi mari con parole diverse da quelle usate dal Nobel Derek Walcott per le sue isole:
The amen of calm waters,
The amen of calm waters,
The amen of calm waters.
Queste acque ormai agitate sono anche europee. C’è un pezzo di Oceania che è francese; vi sono intese strategiche con il Giappone, la Nuova Zelanda, l’Australia, e non solo, che si attivano anche rispetto a come affrontare l’espansionismo cinese e la nuova linea americana nella regione dal punto di vista dell’IA. Ci sono la “Strategia Europea per l’Indo-Pacifico” e le risorse del Global Gateway che offrono una base legale e meccanismi di finanziamento (tra l’altro, la Banca Europea per gli Investimenti ha aperto nel 2023 una sede nelle Figi) per una cooperazione articolata che comprende l’uso dell’intelligenza artificiale e che nell’area dell’Asia-Pacifico si declina in aiuti umanitari, città intelligenti, ottimizzazione della catena di approvvigionamento, gestione di parassiti e malattie, controllo della qualità alimentare, crescita economica e apprendimento inclusivi, efficienza energetica, risposta efficace alle catastrofi, procedure agricole sostenibili, resilienza climatica e tutela ambientale, connessioni intergenerazionali e benessere.
Ognuna di queste aree richiede specifiche competenze professionali, con un divario crescente di conoscenza, soprattutto nel Pacifico, non solo tra i beneficiari – gli utenti finali e la classe dirigente delle isole – ma anche tra coloro che decidono e coordinano a vario titolo tali progetti. Anche se è talvolta difficile da ammetterlo, questo è un aspetto delicato, da sollevare tra scienziati, tecnici e legislatori, ma anche diplomatici e funzionari, che devono agire su questioni di cui, in larga misura, molti comprendono la narrazione ma che padroneggiano solo in modo limitato quando si entra nei dettagli di progetti specifici, la cui conoscenza è appannaggio solo di un cerchio ristretto di esperti. Un rischio che nel Pacifico è anche maggiore che altrove.
Il rischio è correlato al tipo di prodotto, più precisamente al fornitore. L’IA non è una strada unica, e almeno tre sono le “istruzioni per l’uso” disponibili.
La Cina sta in gran parte sviluppando un modello basato su produzione sovvenzionata e coordinata dallo Stato, con investimenti pubblici e obiettivi predisposti dalla capitale al fine di disporre di accordi di partenariato con paesi terzi. Prodotti di tele-sanità, tele-educazione, sistemi di allerta da remoto per possibili disastri naturali, e molto altro, diventano altrettanti strumenti deliberatamente inclusi in una relazione di politica estera, di cooperazione bilaterale, di amicizia. La regia di questi partenariati corrisponde a una logica precisa, a un disegno per affermare un’espansione in uno specifico paese, con la flessibilità necessaria per adattarsi ai bisogni e alle possibilità di esercitare maggiore influenza. Il Pacifico viene incoraggiato ad adottare soluzioni cinesi, con accordi negoziati dalle capitali e pacchetti di prodotti per uno sviluppo integrato settore per settore.
Gli Stati Uniti perseguono una strada più liberista, affidando soprattutto alle imprese lo sviluppo e la promozione di prodotti da offrire ai nuovi mercati. Il Forum USA-Pacifico del 2023 è stato una pietra miliare nel favorire il rapporto tra mondo aziendale e paesi insulari. L’IA si sviluppa di pari passo con l’indispensabile connessione digitale e i cavi sottomarini. La dimensione pubblica può intervenire con schemi di sostegno finanziario, ma i veri registi sembrano essere i capitani delle industrie, che nel Pacifico trovano un laboratorio a cielo aperto anche per verificare l’efficacia di alcune nuove tecnologie.
L’Unione europea ha scelto un’altra strada, tipica delle nostre latitudini: regole, diritti, obiettivi di progresso. L’IA è uno strumento per perseguire maggiore sostenibilità ambientale – come l’iniziativa regionale Team Europe sull’Alleanza Verde-Blu con le isole del Pacifico, che si concentra sull’azione per il clima, la resilienza e l’uso virtuoso del capitale naturale. Con l’approvazione nel 2024 della Legge sull’intelligenza artificiale, la prima legislazione multidisciplinare sul settore, l’UE ha stabilito che le nuove tecnologie non possono essere utilizzate per il social scoring basato su appartenenza etnica, origine, orientamenti sessuali o altri dati personali, né essere utilizzate dalle aziende per misurare l’efficienza dei propri dipendenti, così come sono previste limitazioni nell’uso da parte delle forze di sicurezza e restrizioni severe sul vincolante uso del riconoscimento facciale, e garanzie per la riservatezza dei dati personali. Un corpo di paletti regolamentati che a volte ostacola la competitività del prodotto, in termini di rapidità di esecuzione di un progetto e di obiettivi reali da parte dell’autorità pubblica.
La visione europea cerca di ancorare l’IA a un approccio basato sull’uomo e sui suoi bisogni da soddisfare, e di arginare i potenziali abusi dell’IA, la sua capacità di prestarsi alla creazione di mondi distopici. Del resto, per molti civili, l’IA è soprattutto una serie di tecnologie militari che non danno scampo: l’aggressione russa all’Ucraina miete molte vittime a causa di armi atrocemente “smart”, così come nella Striscia di Gaza si riscontrano numerosi crimini contro l’umanità provocati dalle “armi intelligenti” di Israele.
In questo contesto, in rapida evoluzione, dopo l’Artificial Intelligence Act dell’Unione europea, altri paesi o entità regionali – Brasile, India, ASEAN, Unione africana – hanno iniziato a lavorare sui propri parametri per l’uso dell’IA. Non sarà mai troppo presto.
Gli sforzi di coordinare i vari approcci sono finora modesti, ma vale la pena ricordare che a settembre del 2024 si è tenuto l’Artificial Intelligence Summit con la partecipazione di Stati Uniti, Regno Unito, Unione Europea e molti altri, e che è stato firmato un trattato vincolante, ma si tratta di un trattato di portata limitata perché si limita al monitoraggio della situazione e non prevede l’applicazione di misure concrete. Successivamente, nel febbraio del 2025, presieduto dal Presidente Macron e dal Primo Ministro indiano Modi, si è tenuto a Parigi l’Artificial Intelligence Action Summit, a cui hanno partecipato più di 100 Paesi, tra cui l’Unione Europea, e molti altri, provenienti principalmente dall’Asia e dal Pacifico. Cinquantotto di questi Paesi hanno firmato una dichiarazione sull’intelligenza artificiale inclusiva e sostenibile. Purtroppo, attori molto importanti per l’Unione Europea, come gli Stati Uniti d’America e il Regno Unito, hanno preferito non sottoscrivere questa dichiarazione, confermando che anche solo nel campo dell’Occidente una comunanza di visione è ancora lontana.
Inoltre, nonostante l’Unione Europea abbia concordato di stanziare circa 200 miliardi per l’IA, l’Europa sconta anche una massa di investimenti largamente inferiore rispetto a Stati Uniti e Cina, e una maggiore distanza geografica dal Pacifico. Ne consegue la necessità di rafforzare la cooperazione con quei paesi della regione che tendenzialmente condividono i parametri di base per lo sviluppo e l’uso dell’IA: Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Corea del Sud. Oltre che di ricerca e di continua e rapida introduzione di nuovi prodotti, l’IA vive dunque di un’attività istituzionale sempre più febbrile, con disparità di visioni, accordi circoscritti o partenariati in larga scala, strategie industriali, aree di influenza: potere.
In questo contesto, il Pacifico rappresenta una macroregione vasta quanto delicata. Le sue peculiarità geografiche e sociali costituiscono un habitat ideale per introdurre nuove tecnologie a distanza, e tuttavia i paesi del Pacifico non disporranno mai di una sufficiente massa critica e forza politica per negoziare accordi equi in materia di IA con i grandi fornitori: meno di 15.000 gli abitanti di Nauru, circa 130.000 quelli sparpagliati nella ventina di isole abitate nei tre arcipelaghi delle Kiribati, ovunque popolazioni esili in numero, una geografia sterminata e frammentata, strutture pubbliche esigue – e il tutto lontano da occhi indiscreti, da opinioni pubbliche. Sono i panorami perfetti per l’introduzione (e la sperimentazione) di nuove forme di IA.
Le piccole comunità insulari possono disporre così di servizi di telemedicina che elaborano i tempi di consegna delle medicine, il clima, le disponibilità e le abitudini alimentari, i dati sociodemografici e di assistenza, la struttura delle famiglie, e fornire da remoto servizi dedicati di medicina sia di base che specialistica. Non diversamente per la formazione di studenti attraverso insegnanti virtuali e materiali didattici forniti sulla base di algoritmi che individuano i bisogni precisi della comunità, oppure per il sostegno a coltivazioni locali grazie a semi e speciali concimi predisposti per ovviare a effetti negativi del clima o della conformazione del territorio, e ancora per la connessione con servizi di pubblica amministrazione da cui fino a oggi popolazioni insulari più o meno remote sono state escluse. Con un passo che può essere molto più rapido di quanto si preveda, l’IA può trasformare il conservatorismo e le peculiarità geo-sociali delle collettività del Pacifico offrendo servizi e dischiudendo possibilità finora impensabili.
Ma chi paga? E perché soprattutto nel Pacifico?
L’IA non è un diritto, nemmeno in linea di principio, come l’accesso all’acqua, all’alfabetizzazione o alla connessione alla rete. L’IA è una rivoluzione creata da scienziati visionari, sviluppata da aziende che in quanto tali mirano al profitto, e interpretata dagli Stati che se lo possono permettere, non solo nella dimensione interna, ma anche come nuovo strumento di politica estera. L’IA non è, soprattutto nel Pacifico, un regalo, ma un’opportunità per creare partenariati che fanno rima con controllo, accesso a dati, valutazioni dei risultati ottenuti in una geografia unica per caratteristiche al fine di ulteriori ricerche e nuovi prodotti da offrire su scala maggiore in mercati più vasti. Così non sorprende che sia proprio l’offerta europea, meno cinica, più regolata e scrupolosa, a essere in ritardo altrove come nel Pacifico, che più che altrove ha le sembianze di un far west.
Il divario che si apre con le forme fin qui conosciute di cooperazione allo sviluppo e di aiuto da parte di donatori (sempre interessati) va di pari passo con la dipendenza che l’IA crea nei piccoli paesi insulari. Perché un pozzo o un dispensario restano anche dopo il passaggio del donatore, ma un algoritmo e una infrastruttura digitale intelligente sono destinati a istituire un bisogno al quale sarà difficile rinunciare tornando indietro. Negli sconosciuti scenari che si aprono, il passo indietro dall’IA e il post-IA resta una possibilità aleatoria e misteriosa – soprattutto nelle piccole realtà cullate dall’oceano più vasto e sempre più caldo, per interessi geostrategici e per i cambiamenti climatici. In un contesto talmente vulnerabile e bisognoso, la rivoluzione delle possibilità e dei servizi offerti è eccezionale, ma il rischio lo è altrettanto: privi di potere contrattuale con le industrie, in un rapporto di forza impossibile con le potenze, al di fuori dal campo delle conoscenze tecniche indispensabili per esercitare una qualche funzione di controllo, l’intelligenza artificiale tanto dà in maggiore emancipazione e altrettanto prende in minore libertà. Nel XXI secolo, si chiama neocolonialismo. Perfino neoschiavismo.
Riconoscimenti
Il presente intervento si basa su una relazione presentata alle Nazioni Unite, a New York, l’11 aprile 2025, nell’ambito della XXIV Infopoverty World Conference.
Riferimenti bibliografici
AI Action Summit (2025). Statement on Inclusive and Sustainable Artificial Intelligence for People and the Planet. Paris, February 11, 2025.
Commissione europea (2021a). Strategia dell’UE per la cooperazione nella regione indo-pacifica.
Commissione europea (2021b). Global Gateway.
Commissione europea (2024). The Artificial Intelligence Act, Regolamento UE 2024/1689.
Consiglio d’Europa (2024). Framework Convention on Artificial Intelligence and Human Rights, Democracy and the Rule of Law.
Sacks, O. (1997). L’isola dei senza colore. Milano, Adelphi.
UNCTAD (2025). Technology and Innovation Report 2025: Inclusive Artificial Intelligence for Development. Ginevra, United Nations.
United Nations (2024). Governing AI for Humanity. Final Report of the High-level Advisory Body on Artificial Intelligence.
Walcott, D. (1962). A Sea-Chantey. In Walcott, D. (a cura di). In a Green Night. Poems 1948-1960. Londra, Jonathan Cape.